– di Anna Rescigno
e Giacomo Daneluzzo –
Tra Foppette e Barona si trova il Biko, un circolo Arci che da sempre privilegia una programmazione di alta qualità. Una settimana fa pioveva, ma lì fuori c’era una calca impressionante: si trattava del pubblico da sold out che ha segnato il ritorno del Funk Shui Project a Milano, un’occasione imperdibile per tutti gli amanti del genere, che si potrebbe definire un raffinato miscuglio di influenze musicali eterogenee, che spaziano dal jazz all’hip hop e che in Italia nessuno ha mai fatto nel modo in cui il FSP è riuscito a fare negli ultimi quindici anni. Una volta arrivati è passata più di un’ora prima dell’arrivo dei nostri, ma quando finalmente il live è iniziato, be’, è iniziato alla grande. Sul palco tre musicisti, così suddivisi: un DJ, un trombettista, un bassista. Tutt’e tre di alto livello, si sente da quello che fanno e da come lo fanno. Sopra di loro, una proiezione di clip tratte da svariati film, dai quali hanno campionato i sample utilizzati nei propri beat. Tra questi Il castello errante di Howl e altri capolavori di Hayao Miyazaki, ma non solo; l’effetto emotivo è molto forte e questa trovata è un vero colpo di genio. La prima parte, quindi, è stata strumentale, rilassante, con giusto qualche incursione, su alcuni brani, delle voci registrate di rapper con cui ha collaborato in passato il collettivo torinese – primo tra tutti Willie Peyote.
Il disco omonimo del progetto, realizzato con Willie Peyote, ci ha insegnato a conoscere il Funk Shui Project: dopo dieci anni di attività il collettivo, fondato dal bassista Jeremy e a cui poi si è aggiunto il beatmaker Natty Dub, si è guadagnato un posto di rilievo nel panorama soul e R&B italiano. Questo era il primo concerto da un po’ di tempo a questa parte e, soprattutto all’inizio, rompendo il ghiaccio, si è fatto sentire qualche piccolo errore tecnico, che però ha reso più autentico il tutto e, grazie anche alle bellissime visual proiettate dietro di loro, il risultato è stato comunque molto soddisfacente: l’impressione era di ascoltare dei musicisti che, ripercorrendo i momenti salienti della propria discografia, hanno dimostrato una grande coerenza musicale e un’umile fierezza nei confronti di ogni progetto e collaborazione passata. Un vero game changer è stata la tromba di Giovanni Tamburini, che ha aggiunto ai brani una bellissima sonorità in più, che prima dell’arrivo delle due voci mancava.
La seconda parte, invece, è iniziata quando sul palco è salito Davide Shorty, cantautore e rapper di grande talento, soprattutto vocale, che ha dato una svolta energica alla situazione. Shorty, sul cui polso si nota il tatuaggio “FSP”, è un performer coi fiocchi e, dopo aver prestato la voce a qualche canzone, ha annunciato l’arrivo dell’ospite principale della serata: si tratta del rapper Johnny Marsiglia, nome di punta dell’underground hip hop nostrano nonché ampiamente riconosciuto come una delle migliori penne del genere. Il livello di sinergia tra i due era davvero fuori dal comune: due artisti dalle capacità straordinarie, ma soprattutto due amici che si conoscono da una vita, si trovano sul palco con una grande naturalezza, una spontaneità totale, a cantare e rappare i propri brani con una coordinazione notevole. Tutt’e due, si può dire, hanno reso lo show molto più coinvolgente, dal punto di vista del pubblico.
La parte più “succulenta” del live però è stata sicuramente quella con gli ospiti. Per qualcuno di noi – e quest’articolo può dare degli indizi su chi – era passato un po’ di tempo dall’ultimo concerto senza autotune: quando ci siamo trovati davanti alla potenza vocale di Shorty e al flow dritto e imperturbabile di Marsiglia i neuroni specchio si sono sentiti quasi male a pensare a quella quantità di ossigeno nei polmoni dei due. Assistere al live di una posse di artisti non convenzionali per la narrativa musicale del 2025 è stato strano, ma molto bello. È inutile fare discorsi gerarchici rispetto alla scena trap (di cui siamo fan): tuttavia è doveroso ammettere che al Biko l’esperienza decennale di questi artisti si è sentita tutta.
A partire dall’audizione di X Factor nel 2015, in cui raccontava di quando viveva con altre sette persone in un appartamento a Londra, prima di intonare Iron Sky di Paolo Nutini con una voce riconoscibilissima, capace di toccare corde blues e soul in modo unico, Davide Shorty ha fatto molta strada, senza però venire assorbito dal panorama mainstream. E il modo in cui sta sul palco Johnny Marsiglia, reduce dalla pubblicazione di Gara 7, l’ultimo album a cui è seguito un tour nazionale di cui ci hanno parlato molto bene, è fuori dal tempo: contraddistinto da una sicurezza che incanta e da un sorriso che rompe lo stereotipo del rapper che deve flexare, infatti, è un cantastorie prima ancora che un rapper. Ed è forse questa la caratteristica che accomuna queste tre realtà musicale, diverse ma intersecate perfettamente tra loro: la voglia e la volontà di fare musica senza l’obiettivo di cavalcare la cresta dell’onda, ma con un profondo sentimento di piacere nel suonare e un impegno imperturbabile nel suonare bene